martedì 9 maggio 2017

venerdì 5 maggio 2017

Gargano paradiso delle Orchidee Spontanee.


La Puglia con 91 specie di ochidee spontanee, è il territorio piu' popoloso d'Italia di queste specie floreali spontanee.
Solo il Gargano ne ospita piu' di 80 varietà con ben 17 generi e molti ibridi.
L'ibridazione è un fenomeno biologico frequente nella famiglia di questi fiori, non solo tra le specie dello stesso genere (ibridi interspecifici) ma, anche tra generi diversi (ibridi intergenerici).
Nel passato sono state studiate da alcuni botanici come Baselice, Tenore, Fenaroli, Nelson, Gumprecht e Danesch.
Lorenz e Gembardt, botanici tedeschi, nella prima metà degli anni '80 del sec. Scorso ne hanno stilato una cartografia sulla loro distribuzione nel nostro territorio.
Alcuni nomi delle orchidee presenti sul Gargano: Epipactis meridionalis, Ophrys holosericea subsp. Apulica, Ophrys exaltata subsp. Archipelagi.

fonte Destinazionegargano

mercoledì 3 maggio 2017

Vino di Foggia sul tetto del mondo: oro e argento per Borgo Turrito






Vino di Foggia sul tetto del mondo: oro e argento per Borgo Turrito
Sono foggiani due dei vini rosati più buoni del mondo. Tra le 6 medaglie d’oro che “Le Mondial Du Rosé” ha riconosciuto all’Italia, due appartengono alla Capitanata: il Terra Cretosa IGP Puglia Aleatico Rosato 2016, dell’azienda vitivinicola Borgo Turrito (Borgo Incoronata, FOGGIA), e il Doc Tavoliere delle Puglie dell’azienda Masseria Duca D’Ascoli (Castelluccio dei Sauri).

I vini della Capitanata, poi, conquistano anche 6 argenti: CalaRosa IGP Puglia Nero di Troia Rosato 2016 (azienda Borgo Turrito, Foggia), Il Melograno IGT Daunia Nero di Troia (Cantina La Marchesa, Lucera), Favugne Rosato Montepulciano (Teanum, San Severo), IGT Daunia rosato Montepulciano (Masseria nel Sole, Lucera), Daunia Pinot Nero IGT (Azienda Agricola Nardella, San Severo) e Marilina Rosé (Cantine Spelonga, Stornara).

“E’ un risultato storico per la nostra provincia”, ha commentato a caldo Luca Scapola, giovane imprenditore foggiano.

“Complimenti alle altre aziende vitivinicole di Capitanata che, assieme a Borgo Turrito, hanno dimostrato come la provincia di Foggia riesca a produrre eccellenze di valore assoluto”.

Borgo Turrito è l’unica azienda vitivinicola della Daunia e una delle poche al mondo a centrare il “due su due”, con entrambi i rosati di propria produzione premiati dagli enologi francesi.
Il CalaRosa IGP Puglia Nero di Troia Rosato 2016, infatti, ha bissato l’argento ottenuto lo scorso anno, mentre il Terra Cretosa IGP Puglia Aleatico Rosato 2016 ha centrato l’oro al suo esordio, essendo una nuova produzione. “E’ una grande soddisfazione per tutta la squadra di Borgo Turrito”, ha commentato Luca Scapola. “Quando abbiamo appreso del doppio risultato eravamo tutti in vigna e abbiamo esultato come per la promozione del Foggia in serie B”.

“Il Terra Cretosa nasce da un antico vitigno autoctono pugliese, introdotto in Italia, e in Puglia in particolare, dai greci”, ha spiegato Scapola. “Per noi rappresenta davvero la spettacolare unione tra le radici storiche della nostra terra e la capacità di esprimere tutto il potenziale d’innovazione e di eccellenza dei migliori sapori e colori della Capitanata”.

Il vitigno Aleatico, da cui nasce il medaglia d’oro dell’azienda vitivinicola condotta da Luca Scapola, è stato impiantato nel 2012 nei vigneti di Borgo Turrito. Il Terra Cretosa è un’esperienza sensoriale delicata e intensa allo stesso tempo, grazie a un bouquet particolarmente ricco, con nette sensazioni floreali e agrumate di pompelmo rosa.

Le Mondial Du Rosè è un concorso internazionale in cui gli “arbitri”, chi valuta i vini di 30 diversi Paesi del pianeta, appartengono a l’Unione degli Enologi Francesi e si riuniscono a Cannes per tre giorni per degustare alla cieca e commentare le produzioni rosé provenienti da tutto il globo.

Comunicato Stampa Borgo Turrito
http://www.vinoway.com/news-enogastronomiche/item/6316-vino-di-foggia-sul-tetto-del-mondo-oro-e-argento-per-borgo-turrito.html

mercoledì 26 aprile 2017

Lo conoscete il detto "Fuggi da Foggia"? Eccovi la poesia da cui nasce ...


Lo conoscete il detto "Fuggi da Foggia"? Eccovi la poesia da cui nasce ...
Nondarò è un fantasioso pseudonimo di un un avvocato napoletano, tal Giuseppe Adabbo; questi era redattore e comproprietario di un giornale pubblicato verso la fine dell’Ottocento, «La Follia», un piccolo foglio satirico che veniva pubblicato a Napoli verso il 1887, ma era distribuito anche a Foggia; Nondarò assiduo frequentatore della città dauna, scriveva anche per il foggiano «L’Ape», un pungente foglio carico di ironia.
Nel numero che vide la luce il 19 giugno del 1887, in seconda pagina, il nostro Nondarò pubblicò una sua curiosa poesia: «Fuggi da Foggia», dedicandola al suo amico foggiano Francesco Parisi. Il testo è una piccola descrizione della città in chiave satirica, che, seppur definita bella, perché ricca di belle strade ed edifici e di belle ragazze, a causa del forte caldo suggerisce la fuga.
(La "leccatina" al neonato regno non sfugge ...)
Grazie a Giuann E Avast Macchione per la segnalazione
-Dà-
fonte http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_traduci_notizia.php?IDNotizia=557700&IDCategotia=11
tramite 

 — 

lunedì 17 aprile 2017

La cucina bioenergetica foggiana

Spaghetti con le cimamarelle
La cucina bioenergetica foggiana.
Come tutta la cucina pugliese ,le origini sono greche e i capisaldi della tradizione greca (olio,vino,
farinacei )sono rimasti nel tempo legati alle origini.
Nel foggiano e nel salento una certa struttura di base e rimasta inalterata nel tempo ,e una ricerca
del gusto e conservazione di sapori antichi e ancora largamente diffusa.
La carne era sempre stata una cosa rara escludendo il vitello maiale agnello e volatili erano alla base
ma il consumo di carne è stato sempre limitato .
I mediterranei sono belli diciamocelo ,anche per lo scarso consumo di carne ,che regalava ai volti
una certa linearità ,ad esempio i mascelloni sporgenti tipici dei popoli del nord essendo grandi
masticatori di carne ,era difficile trovarli in un mediterraneo .
Ritornando alle origini e ritornando al concetto di bioenergetica,l'esaltazione di un territorio ricco
nella sua biodiversità ,ha portato a una specie di esaltazione della capacità di adattarsi a un territorio
e conoscere e sfruttare al meglio le risorse a disposizione .
Una figura tipica del foggiano è il terrazzano,guardandolo da un certo punto di vista ,e spogliandolo
da nomee particolari ,immaginiamo una specie di sciamano in grado di distinguere ,e cogliere le
varie bontà di Madre Terra. In nessuna altra parte del mondo ,le verdure sono fonte di cibo come in
questa zona ,l'evoluzione e la conoscenza del gusto ,territori privi di veleni industriali,e utilizzo
totale delle poche risorse disponibili...Il pane era ricchezza e le pagnotte erano enormi ,durava molti
giorni e quando si induriva si usava ancora o come acquasale ,bagnato con l'acqua e condito con
pomodoro sale origano e olio oppure come pancotto.
Il pancotto è un piatto molto semplice che tutti possono prepararsi con le proprie mani,la cosa
importante è la genuinità dei prodotti ,anche il pane vecchio deve essere fatto con farina non trattata
se non avete un panificio di riferimento il pane preparatevelo voi ,l'olio deve essere biologico ,o non
trattato ,per cogliere al massimo le qualità del prodotto ,le verdure devono essere selvatiche ,se
coltivate devono essere prive di veleni.
Queste sono le caratteristiche di base altrimenti lo scambio è depotenziato.
Il pancotto è un tipico piatto foggiano ,semplice , gustoso ricco ,economico è vario.
Il procedimento è molto semplice ,si mettono due ,tre ,quattro patate sbucciate nell'acqua che si
porta a bollore poi si butta la verdura può essere mista ,cicorie selvatiche catalogna ,cime di rapa
,rucola ,finocchietti selvatici ,bietole ,marasciul ,ecco queste possono mettersi mischiate o la singola
verdura,dipende da quello che si trova .In base alla verdura che si trova ,ma generalmente bastano
cinque minuti ,quando l'acqua con la verdura bolle si butta il pane raffermo o duro si scola tutto
insieme e si condisce con l'olio extravergine d'oliva .Se impariamo a conoscerci e sappiamo quando
ci sentiamo Yin o Yang possiamo fare un soffritto con olio aglio e peperoncino e condire il pancotto
con questo soffritto.
Il sapere e sentire come stiamo e quello che siamo determina l'approccio con il cibo .
Ricordiamoci che il digiuno si traduce con il “mangiare il giusto” Ne più ne meno ,ma mangiare è
un atto di piacere e non di dispiacere ,se oggi avverto l'esigenza di aggiungere qualcosa al mio cibo
domani avvertirò l'esigenza di togliere.
In natura ogni movimento raggiunge la perfezione ,avendo questo punto di riferimento,diventa più
semplice avvicinarci al concetto di giusto .

Eliminare le disarmonie è la parola magica, sviluppare la capacità dello scambio energetico,
avvertire lo scambio di energia, limitare al massimo i danni collaterali e il cibo... come aiuta il cibo
a essere presenti?
Immaginiamo di essere presenti in quello che facciamo, in qualsiasi cosa facciamo, se ogni cosa è
sacra, e se ogni cosa ha un anima, già lo scambio funziona, se mangiare significa mangiare e
dormire significa dormire, lavorare, amare, ecc, vivendo bene quello che facciamo, una maniera di
essere presenti è quella di preparare il cibo con le proprie mani, facendo respirare allo spirito del
cibo la nostra devozione amorosa.
In un doppio scambio alchemico, diventiamo attivi nella preparazione e passivi nella fruizione del
cibo, lo scambio avviene quando i due poli sono in funzione.
Il piatto unico è sufficiente per lo stare bene, ma ora vediamo alcuni di questi piatti.
La pasta con le verdura è un tipico piatto foggiano, le verdure devono essere stagionali,
possibilmente selvatiche e se coltivate, non trattate.
Tra le verdure che si prestano ci sono : le cime di rapa, la rucola, le cicorie, i finocchietti selvatici,
gli steli di cocozza, i marasciul il cappuccio, la verza i vari tipi di cavoli, la bietola.
Il procedimento è molto semplice mettete a bollire l'acqua quando bolle buttate la verdura e quando
l'acqua ribolle buttate la pasta, sempre nella stessa acqua. Scolate e condite con l'olio extravergine
d'oliva. Se volete passare da yin a yang, preparate un soffritto con olio aglio e peperoncino.
La rucola, la verza, il cappuccio, la bietola, si possono aggiungere le patate, le patate si sbucciano e
si aggiungono all'inizio nell'acqua fredda e poi si segue lo stesso procedimento, quando bolle
l'acqua si butta la verdura, quando ribolle si butta la pasta e la solita doppia variazione olio crudo o
soffritto olio aglio e peperoncino.
Per quanto riguarda, rucola e patate, bietola, finocchietti selvatici o in alternativa a questi i finocchi,
l'altra alternativa è un sughetto con il pomodoro fresco, se i pomodori non sono freschi, fatelo con i
pelati
Alfredo d'Ecclesia.

domenica 16 aprile 2017

Il caciocavallo podolico del Gargano




















Il caciocavallo podolico del Gargano è un formaggio tipico della Puglia, ormai da diversi anni annoverato tra i Presìdi Slow Food, prende il nome dalla varietà di vacche dal cui latte è prodotto, le vacche podoliche.
Per produrre questo tipo di formaggio, si caglia dapprima il latte e si rompe la cagliata in grani della misura di un chicco di riso. La pasta matura nel siero in una tinozza e poi è messa a sgrondare su un tavolo di legno inclinato per un tempo variabile. Quindi si taglia a fette, si fila con acqua bollente e si modella il formaggio sino a che raggiunge la forma di un fiasco panciuto con una testina: un’operazione delicata, che richiede pratica e abilità. Quando la forma è perfetta e la testina è stata chiusa e modellata, il caciocavallo è immerso in acqua fredda e quindi va in salamoia. Infine stagiona, da qualche mese a tre anni (in alcuni casi anche 8 o 10).

La forma classica del caciocavallo è a pera con testina. La crosta è sottile ed ha un colore che va dal giallo paglierino chiaro fino al giallo carico nelle forme più stagionate; gli stessi colori si ritrovano nella pasta, quasi mai occhiata.

Il formaggio al tatto si presenta liscio e unto, e al taglio,  morbide le forme più fresche, sempre più resistenti le forme stagionate con la tipica rottura a scaglie. L'odore burroso delle forme fresche cede, con il passare del tempo, il campo ad aromi più intensi che rivelano una lieve tendenza verso il piccante.
Al palato è  pastoso, il sapore  intenso, persistente e leggermente piccante, se la stagionatura è avanzata. La consistenza può andare dal tenero al duro.

Va degustato con un rosso ben strutturato o, eventualmente, con un passito.




fonte http://alfredodecclesia.blogspot.it/2013/04/il-caciocavallo-podolico-del-gargano.html

Spaghetti con le cimamarelle

Spaghetti con le cimamarelle

Premesso la mia provenienza e  Foggia, la grande Metropoli del tavoliere, questo piatto rientra a far parte dei piatti dei terrazzani... antiche popolazioni del foggiano che vivevano di verdure campestri ecc... Quando ero ragazzino mia madre ci sottoponeva questo piatto che odiavamo con tutto il nostro cuore... "Noi eravamo quelli delle girelle Motta"... altro che marasciul o cimamarell... ricordi a parte è tempo di questa splendida verdura. Dove trovarle ??? Da Muslin, da Jam, da Pasqualin ad alt ecc...
Per 4 pers. almeno 1Kg. selezionate le foglie più tenere e lasciatele rinvigorire in abbondante acqua fresca per qualche ora. Sbriciolate del pane raffermo e lasciatelo dorare in padella con dell olio EVO due spicchi di aglio in camicia e acciughe sotto sale. In acqua abbondante e salata lessate le foglie e a cottura raffreddatele velocemente in acqua fredda per conservarne il colore. Scolate e sistematele in un bricchetto che emulsionerete con una parte dell acqua di cottura, olio e aglio, precedentemente soffritti, in maniera da ottenere una vellutata fluida e lucida. Nella stessa acqua di cottura cuocete 400 grammi di spaghetti a 3/4 di cottura scolateli e mantecateli in padella con olio aglio a fettine sottili, colatura di acciughe e peperoncino ... assemblate il piatto adagiando sulla base la vellutata, gli spaghetti e terminate con una generosa manciata di pane aromatizzato....
Chef Giuseppe Paglia

La focaccia

La focaccia

La focaccia  è una pizza rustica, molto usata anche nelle scampagnate, perchè si può degustare anche fredda. Fate attenzione alla lievitazione, che dovrà essere aggiunta, come tempo, ai 35 minuti indicati per la preparazione.

Ingredienti per 6 persone:
PER LA PASTA:
Farina 500 g
Patata 1 da 200 g
Olio 1 cucchiaio
Lievito di birra 1 panetto
Sale q.b.
PER LA FARCITURA:
Pomodori 10
9. Aglio, spicchio 3
10. Origano 1 pizzico
11. Sale q.b.
12. Olio q.b.

Preparazione
Lessate la patata, meglio se al vapore, poi sbucciatela e passatela nel passapatate. Mettete la farina in una capiente ciotola, unitevi la patata passata, l'olio di oliva, il lievito che avrete sciolto in un bicchiere d'acqua tiepida ed il sale.
Lavorate il composto fino ad avere una pasta liscia ed omogenea. Coprite la pasta con uno strofinaccio e lasciatela lievitare in un luogo tiepido per circa 1 ora.
Trascorso questo tempo trasferite il composto in una teglia unta d'olio d'oliva. Farcite la pasta con gli spicchi d'aglio che taglierete a metà e affonderete nella pasta. La stessa cosa farete con i pomodori.
Spolverizzate con del sale e di origano, irrorate con abbondante olio d'oliva e cuocete in forno già caldo a 200° per circa 15 minuti o fino a quando la focaccia sarà cotta.
Sfornatela, lasciatela raffreddare poi servitela farcita con della mortadella e del caciocavallo.

Olio Santo

Olio Santo

Questo infuso di peperoncino piccante è indispensabile nella dispensa di ogni buongustaio. Ideale per soffritti e per tutti i piatti che prevedono la presenza del peperoncino, può esserne utilizzato sia il peperoncino trito, sia il solo olio. Da usare ance su pizze, pasta, legumi, insalate e frutti di mare.

Ingredienti:

olio extravergine di oliva
peperoncini secchi

Procedimento:

Procuratevi una bottiglietta da 250 cl tipo quelle da ketchup, lavatela e fatela asciugare per bene. Spezzettate grossolanamente due o tre peperoncini secchi o anche piu ( dipende da quanto lo volete forte l’olio ) e inseriteli, insieme a dell’ottimo olio, nella bottiglietta. Lasciate macerare per almeno un mese agitando di tanto in tanto.

Una variante consigliata e quella di aggiungere uno spicchio d’aglio intero sbucciato e un ciuffettino di rosmarino che avrete cura di eliminare dall’olio dopo il mese di macerazione ( i peperoncini invece vanno lasciati )

Man mano che l’olio diminuisce potete rabboccare con altro olio extravergine fresco.

Il grande Giovanni Stroppa a mai dire gol


lunedì 10 aprile 2017

LUCIO DALLA PARLA DELLE ISOLE TREMITI.


Il canto delle Diomedee (Isole Tremiti)


L'abbazia di S. Nicola (Tremiti): segreti e misteri



L'arcipelago delle Tremiti si compone di quattro isole più un isolotto (il Cretaccio, con annesso lo scoglio "La Vecchia", attorniati da leggende). Siamo andati a visitare l'isola di San Nicola, dove vivono i mitici uccelli chiamati "Diomedee", dal caratteristico canto notturno simile al pianto di un neonato. Un tempo tutte le isole erano chiamate così perchè nate dal gesto dell'eroe acheo Diomede, di cui abbiamo visto anche la presunta tomba, ad est dell'abbazia, tra sepolture ellenistiche. L'abbazia sorse nel V secolo su una precedente grotta pagana ed è percorsa da gallerie e cunicoli sotterranei misteriosi; fu dei Benedettini, dei Cistercensi e dei Lateranensi che apportarono modifiche e ingrandimenti e dovettero fronteggiare calamità come frane, smottamenti, terremoti, incursioni, bombardamenti...Attualmente il complesso, a picco sulla rupe, mostra tutte le sue luci e le sue ombre, mentre sullo sfondo un paesaggio da sogno può far solo trasalire. Sorprese a non finire, specialmente nella chiesa abbaziale, con un interessante e semisconosciuto pavimento musivo, il crocifisso siriaco del Cristo con gli occhi aperti e la Vergine con Bambino dalla pelle scura...

La Necropoli Daunia di Monte Saraceno (Mattinata, FG)


Il Gargano non smette mai di stupirci. Sopra la cittadina di Mattinata si trova la modesta altura del Monte Saraceno (260 m), che cela la più importante necropoli dell'intero promontorio, con le sue 500 tombe. Tranne una, sono tutte del tipo a fossa e l'inumato veniva deposto in posizione fetale in tombe a forma di utero, per celebrare il ritorno alla Madre Terra. Un luogo di grande interesse archeologico, solitario e misterioso, affacciato su un paesaggio da sogno. Scopriamone insieme la storia e i segreti... 

Sapori di Daunia - Puglia.


Padre Pio da Pietrelcina

P-pio.jpg
Pio da Pietrelcina, noto anche come Padre Pio, al secolo Francesco Forgione (Pietrelcina25 maggio 1887 – San Giovanni Rotondo23 settembre 1968), è stato un presbitero italiano dell'Ordine dei frati minori cappuccini; la Chiesa cattolica lo venera come santo e ne celebra la memoria liturgica il 23 settembre, anniversario della morte.
È stato destinatario, ancora in vita, di una venerazione popolare di imponenti proporzioni, anche in seguito alla fama ditaumaturgo attribuitagli dai devoti, così come è stato anche oggetto di aspre critiche in ambienti ecclesiastici e non.

I primi anni (1887-1904)[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Forgione nacque a Pietrelcina, un piccolo comune alle porte di Benevento, il 25 maggio 1887, da Grazio (detto "Orazio") Maria Forgione[1] (1860-1946) e Maria Giuseppa (detta "Peppa") di Nunzio (1859-1929). Fu battezzato il giorno successivo nella chiesa di Sant'Anna. Gli venne dato il nome Francesco per desiderio della madre, devota a san Francesco d'Assisi[2]. Il 27 settembre 1899 ricevette la comunione e la cresima dall'allora arcivescovo di Benevento Donato Maria Dell'Olio. La madre era una cattolica molto devota e le sue convinzioni ebbero una grande influenza sulla formazione religiosa del futuro frate. Il giovane non frequentò le scuole in maniera regolare perché doveva rendersi utile in famiglia lavorando la terra. Solo quando ebbe dodici anni cominciò a studiare sotto la guida del sacerdote Domenico Tizzani che, in un biennio, gli fece svolgere tutto il programma delle elementari. Poi, passò alla scuola per gli studi ginnasiali.
Il desiderio di diventare sacerdote fu sollecitato dalla conoscenza di un frate del convento di Morcone, fra' Camillo da Sant'Elia a Pianisi, che periodicamente passava per Pietrelcina a raccogliere offerte. Le pratiche per l'entrata in convento furono iniziate nella primavera del 1902, quando Forgione aveva 14 anni, ma la sua prima domanda ebbe esito negativo. Solo nell'autunno del 1902 arrivò l'assenso. Forgione sostenne di aver avuto una visione, il 1º gennaio 1903 dopo la comunione, che gli avrebbe preannunciato una continua lotta con Satana[3]. La notte del 5 gennaio, l'ultima che passava con la sua famiglia, dichiarò di aver avuto un'altra visione in cui Dio e Maria lo avrebbero incoraggiato assicurandogli la loro predilezione[4]. Il 22 gennaio dello stesso anno, a 15 anni, vestì i panni di probazione del novizio cappuccino e diventò "fra' Pio".[5] Concluso l'anno del noviziato, fra Pio emise la professione dei voti semplici (povertà, castità e obbedienza) il 22 gennaio del 1904. Intraprese gli studi ginnasiali a Sant'Elia a Pianisi (CB).

A Serracapriola (1907-1908)

Negli anni 1907-1908, compiendo il percorso scolastico, fu nel Convento di Serracapriola. Qui fra Pio aveva compagni di studio i fraticelli di San Giovanni Rotondo Clemente, Guglielmo e Leone e, da Roio, Anastasio che abitava la cella accanto a quella sua. I cinque erano allievi del Padre Lettore Agostino da San Marco in Lamis. Del fra Pio "serrano", Padre Agostino scrisse: "Conobbi Padre Pio da frate il 1907, quando l'ebbi studente in Teologia a Serracapriola. Era buono, obbediente, studioso, sebbene malaticcio... ". "Pel continuo pianto" che faceva meditando sulla Passione di Cristo fra Pio "ammalò negli occhi". Quel suo pianto, a grosse lacrime e copioso, cessò nel Convento di Serracapriola. Il Venerdì Santo del 1908 (17 aprile) nel Convento serrano fra Pio, già sofferente di "male toracico", fu ulteriormente colpito da una "emicrania" che continuò ad affliggerlo "per tutto il tempo" della permanenza a Serracapriola impedendogli, a volte, di partecipare alle lezioni scolastiche. Nel Convento di Serracapriola, oltre ai malesseri generali, fra Pio patì anche la calura estiva dell'anno 1908: "... qui si sta un po' male", scriveva ai "carissimi genitori", a "cagione del caldo che in questi mesi è un po' eccessivo in questo paese. Non v'impensierite in quanto a ciò, perché sono miserie che l'uomo non può andarne esente..."
Quegli "infiniti affanni" fisici, causati "da una misteriosa malattia" che "galoppava" e l'inappetenza cronica del giovane, allarmarono i Cappuccini di Sant'Angelo. Comunicando telegraficamente con Salvatore Pannullo, parroco di Pietrelcina, i frati convocarono Grazio Forgione, genitore di fra Pio. Giunto a Serracapriola, egli trovò ospitalità nel Convento. Con il padre fra Pio andò al suo paese per una vacanza di salute consigliata dal medico che lo aveva visitato. Già prima dell'anno scolastico 1907/1908 fra Pio era stato per alcuni giorni nel Convento di Serracapriola; vi arrivò in "gita di lavoro", con altri confratelli, dal Convento molisano di Sant'Elia a Pianisi. E tutti insieme, con i frati serrani, vendemmiarono la vigna del Convento. Durante le operazioni di vendemmia, i fumi di alcool liberatisi dalle uve pigiate nella cantina conventuale, inebriarono fra Pio che a Bacco non aveva brindato.
Nel tempo, rinverdendo i particolari di questo episodio serrano, Padre Pio commentava: "Fu l'unica volta in vita mia che il vino mi fece perdere la testa" (cit. P. Luigi Ciannilli da Serracapriola). Ultimato il primo anno del Corso di Teologia a Serracapriola, fra Pio proseguì il suo "benessere morale e scientifico" nel Convento di Montefusco, nell'avellinese, ove per i diversi insegnamenti erano Lettori i Padri: Agostino da San Marco in Lamis, Bernardino da San Giovanni Rotondo, Bonaventura da San Giovanni Rotondo e Luigi da Serracapriola. Il 27 gennaio 1907 professò i voti solenni. Nel novembre del 1908, completati gli studi, si recò aMontefusco dove studiò teologia. Il 18 luglio del 1909 ricevette l'ordine del diaconato, nel noviziato di Morcone. Nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno, risiedette nel convento di Gesualdo (AV). Il 10 agosto 1910 fu ordinato sacerdote. Nonostante fosse ancora ventitreenne, il vescovo decise per un'eccezione alle disposizioni del diritto canonico che all'epoca prevedevano un'età minima per l'ordinazione di 24 anni[6].
In tale periodo gli agiografi collocano la comparsa sulle sue mani delle stimmate. Fra' Pio diede comunicazione per la prima volta l'8 settembre 1911, in una lettera indirizzata al padre spirituale di San Marco in Lamis: qui il frate racconta che il fenomeno andrebbe ripetendosi da quasi un anno, e che avrebbe taciuto perché vinto «sempre da quella maledetta vergogna»[7]. Il 7 dicembre 1911 fece ritorno a Pietrelcina per ragioni di salute, restandovi, salvo qualche breve interruzione, sino al 17 febbraio 1916[8]. Il 10 ottobre dello stesso anno fra' Pio rispose alle domande perentorie, rivoltegli da padre Agostino da San Marco in Lamis, affermando che avrebbe ricevuto le stigmate, «visibili, specie in una mano», e che, pregando il Signore, il fenomeno sarebbe scomparso, ma non il dolore che sarebbe rimasto «acutissimo»; sostenne inoltre che avrebbe subito quasi ogni settimana, da alcuni anni, la coronazione di spine e la flagellazione[9].
Prestò il servizio militare a Benevento dal 6 novembre 1915. Un mese dopo venne assegnato alla decima compagnia sanità di Napoli.[10]. Svolse il servizio con molte licenze per motivi di salute, sino a essere definitivamente riformato tre anni più tardi, a causa di una «broncoalveolite doppia», il 16 marzo 1918, dall'ospedale principale di Napoli[11]. Il 17 febbraio 1916 fra' Pio giunse a Foggia, restandovi sette mesi circa e dimorando nel convento di Sant'Anna. La sera del 28 luglio, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, arrivò per la prima volta a San Giovanni Rotondo. Pur sentendosi meglio in tale luogo, dopo una settimana circa scese di nuovo a respirare l'aria afosa di Foggia, poiché il permesso chiesto al padre provinciale, anche se non necessario, tardava a venire[12]. In ragione di ciò il 13 agosto Pio scrisse al provinciale, chiedendo di poter «passare un po' di tempo a San Giovanni Rotondo» anche perché, a suo dire, Gesù gli avrebbe assicurato che là sarebbe stato meglio[13]. Fra' Pio venne infine lasciato in tale convento, con l'ufficio di direttore spirituale del seminario serafico[14].

La comparsa delle stigmate (1918-1920)

Nell'agosto del 1918 fra Pio affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione). Poco tempo dopo, in seguito a una ulteriore presunta visione, fra Pio affermò che avrebbe ricevuto delle stigmate. Tali lesioni vennero variamente interpretate: come segno di una particolare santità, o come una patologia della cute (per es. piaghe da psoriasi), o come auto-inflitte. L'inizio del manifestarsi delle stigmate risalirebbe al 1910, quando per la sua malattia il religioso aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di vivere nella sua casa natale a Pietrelcina. Non distante dal paese, tutti i giorni dopo aver celebrato la messa, si recava in una località detta Piana Romana, dove il fratello Michele aveva costruito per lui una capanna e dove aveva la possibilità di pregare e meditare all'aria aperta, che giovava molto ai suoi polmoni malati. Il fenomeno delle stigmate, rivelò al suo confessore, cominciò a manifestarsi proprio in quel luogo, nel pomeriggio del 7 settembre 1910, e si manifestò con maggior intensità un anno dopo nel settembre 1911, quando il frate scrisse al suo direttore spirituale:
« In mezzo al palmo delle mani è apparso un po' di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po' di dolore. »
Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali la sua persona aveva cominciato a emanare un "inspiegabile" profumo, che non era percepito da tutti allo stesso modo: «Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, di gelsomino, di incenso, di giglio, di lavanda ecc.»[15]. La voce della comparsa delle stigmate fece il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie[16].
I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune conversioni e guarigioni "inaspettate", grazie alla sua intercessione presso Dio. La popolarità di padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l'accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore. La situazione divenne imbarazzante per alcuni ambienti della Chiesa cattolica[17]: la Santa Sede infatti non aveva notizie precise su cosa stesse realmente accadendo; le scarne informazioni ricevute ben si prestavano ad alimentare il timore di una macchinazione, di fatto sommovente interessi economici, eventualmente perpetrata sfruttando il nome della Chiesa e la tonaca. Un primo inconcludente rapporto fu stilato dal Padre Generale dei cappuccini, il quale a sua volta aveva inviato Giorgio Festa. Questi ipotizzò una possibile origine soprannaturale del fenomeno, ma proprio il suo entusiasmo ne minò la credibilità. Si commissionarono perciò ulteriori indagini, molte delle quali condotte in incognito.[senza fonte]

Le indagini (1919-1923)

Le stimmate.
Il primo medico a studiare le ferite di Padre Pio fu il professore Luigi Romanelli, primario dell'ospedale civile di Barletta, per ordine del padre superiore Provinciale, nei giorni 15 e 16 maggio 1919. Nella sua relazione fra le altre cose scrisse: «Le lesioni che presenta alle mani sono ricoperte da una membrana di colore rosso bruno, senza alcun punto sanguinante, niente edema e niente reazione infiammatoria nei tessuti circostanti. Ho la certezza che quelle ferite non sono superficiali perché, applicando il pollice nel palmo della mano e l'indice sul dorso e facendo pressione, si ha la percezione esatta del vuoto esistente». Due mesi dopo, il 26 luglio, arrivò a San Giovanni Rotondo il professore Amico Bignami, ordinario di patologia medica all'Università di Roma.
Le sue considerazioni mediche non si discostarono da quelle del prof. Romanelli, in più però affermò che secondo lui quelle "stigmate" erano cominciate come prodotti patologici (necrosi neurotonica multipla della cute) ed erano state completate, forse inconsciamente per un fenomeno di suggestione, o con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio[18]. Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant'Uffizio, fu incaricato dal cardinale Rafael Merry del Val di visitare padre Pio ed eseguire "un esame clinico delle ferite". Il Segretario del Sant'Uffizio, chiamato in causa per indagare l'attività del cappuccino, scelse il Gemelli, è dato supporre, sia per le sue conoscenze scientifiche, sia per i suoi studi specialistici sui "fenomeni mistici", che aveva condotti sin dal 1913.
"Perciò - pur essendosi recato nel Gargano di propria iniziativa, senza che alcuna autorità ecclesiastica glielo avesse chiesto - Gemelli non esitò a fare della sua lettera privata al Sant'Uffizio una sorta di perizia ufficiosa su padre Pio"[19] Il Gemelli volle esprimersi compiutamente in merito e volle incontrare il frate. Padre Pio mostrò nei confronti del nuovo investigatore un atteggiamento di chiusura. Il frate rifiutò la visita, chiedendo l'autorizzazione scritta del Sant'Uffizio. Furono vane le proteste di padre Gemelli che riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stigmate. Mario Guarino interpreta questo rifiuto come un'implicita ammissione di colpa da parte di padre Pio[20]. Il frate, sostenuto dai suoi superiori, condizionò l'esame a un permesso da richiedersi per via gerarchica, disconoscendo le credenziali di padre Agostino Gemelli. Questi abbandonò dunque il convento, irritato e offeso.
Padre Gemelli espresse quindi la diagnosi:
« È un bluff... Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell'isterico e dello psicopatico... Quindi, le ferite che ha sul corpo... Fasulle... Frutto di un'azione patologica morbosa... Un ammalato si procura le lesioni da sé... Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti... tipico della patologia isterica »

Padre Pio mentre celebra una messa.
e più brevemente lo chiamò "psicopatico, autolesionista ed imbroglione"; i suoi giudizi, che come si è visto non potevano contare sull'esame clinico rifiutatogli, avrebbero pesantemente condizionato, per l'autorevolezza della fonte, la vicenda del frate. Come risultato di queste vicende, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita. Il Sant'Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitatecirca i fatti legati alla vita di padre Pio ed esortava i fedeli a non credere e a non andare a San Giovanni Rotondo. La formula specifica utilizzata, nel linguaggio ecclesiastico, equivale ad asserire che al momento non sono stati evidenziati elementi sufficienti ad affermare la soprannaturalità dei fenomeni, pur non escludendo che possano esserlo in futuro[21].
Il decreto venne pubblicato da L'Osservatore Romano, organo di stampa del Vaticano, il 5 luglio successivo e subito ripreso dai giornali di tutto il mondo. Il 15 dicembre del 1924, il dottor Giorgio Festa chiese alle autorità ecclesiastiche l'autorizzazione a sottoporre il Padre a un nuovo esame clinico per uno studio ulteriore e più aggiornato, ma non l'ottenne. L'inchiesta sul frate si chiuse con l'arrivo del quinto decreto di condanna (23 maggio 1931) con l'invito ai fedeli di non considerare come sovrannaturali le manifestazioni certificate dal Gemelli, ma i più fedeli sostenitori di Padre Pio non considerarono il divieto di Roma vincolante. A Padre Pio venne vietata la celebrazione della messa in pubblico e l'esercizio della confessione.

La revoca delle restrizioni e le ulteriori indagini (1933-1968)

Nel luglio del 1933 papa Pio XI revocò le restrizioni precedentemente imposte a padre Pio. Secondo alcuni, il Sant'Uffizio non ritrattò i suoi decreti.[22] Tuttavia, secondo altre fonti, papa Pio XI avrebbe detto a monsignor Cornelio Sebastiano Cuccarollo O.F.M. che Padre Pio era stato "più che reintegrato", aggiungendo che "è la prima volta che il Santo Uffizio si rimangia i suoi decreti";[23][24] il Santo Uffizio avrebbe parlato di "una grazia speciale per l'anno santo straordinario".[25] A San Giovanni Rotondo accorreva gente comune, ma anche personaggi famosi. Nel 1938 arrivò Maria José del Belgio che volle farsi fotografare accanto a padre Pio. Giunsero i reali di Spagna, la regina del Portogallo in esilio, Maria Antonia di Borbone, Zita di Borbone-ParmaGiovanna di Savoia, Ludovico di Borbone-Parma,Eugenio di Savoia e tanti altri.
Nel 1950 il numero di persone che si volevano confessare era talmente imponente, che venne organizzato un sistema di prenotazioni. Il 9 gennaio 1940 iniziò la costruzione del grande ospedale Casa Sollievo della SofferenzaPapa Giovanni XXIII ordinò ulteriori indagini su padre Pio, inviando monsignor Carlo Maccari: nello spirito del Concilio Vaticano II si voleva intervenire con decisione verso forme di fede popolare considerate arcaiche. All'inizio dell'estate 1960, papa Giovanni fu informato da monsignor Pietro Parente, assessore del Sant'Uffizio, del contenuto di alcune bobine audio registrate a San Giovanni Rotondo. Da mesi Roncalli assumeva informazioni sulla cerchia delle donne intorno a Padre Pio, si era appuntato i nomi di tre fedelissime: Cleonice Morcaldi, Tina Bellone e Olga Ieci», più una misteriosa contessa. Il Papa annota il 25 giugno 1960, su quattro foglietti rimasti inediti fino al 2007 e rivelati da Sergio Luzzatto:[26]
« Stamane da mgr Parente, informazioni gravissime circa P.P. e quanto lo concerne a S. Giovanni Rotondo. L’informatore aveva la faccia e il cuore distrutto. »
« Con la grazia del Signore io mi sento calmo e quasi indifferente come innanzi a una dolorosa e vastissima infatuazione religiosa il cui fenomeno preoccupante si avvia a una soluzione provvidenziale. Mi dispiace di P.P. che ha pur un’anima da salvare, e per cui prego intensamente »
« L’accaduto—cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur [se sono vere le cose riferite], dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona— fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti. »
« Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili. »

Pasqua 1968: Padre Pio incontra monsignor Lefebvre a san Giovanni Rotondo
Padre Carmelo Durante da Sessano riporta una discussione che si sarebbe avuta tra l'arcivescovo di Manfredonia Andrea Cesarano e papa Giovanni XXIII, in cui il papa sarebbe stato "tranquillizzato" circa le questioni riguardanti Padre Pio[27]:
« “Che mi racconti di Padre Pio?” “Santità…” “Non chiamarmi santità – lo interruppe – “chiamami don Angelo come hai sempre fatto. Dimmi di lui!” “Padre Pio è sempre l’uomo di Dio che ho conosciuto all'inizio del mio trasferimento a Manfredonia. È un apostolo che fa alle anime un bene immenso”. “Don Andrea, adesso si dice tanto male di Padre Pio”. “Ma per carità, don Angelo. Sono tutte calunnie. Padre Pio lo conosco sin dal 1933 e t’assicuro che è sempre un uomo di Dio. Un santo”. “Don Andrea, sono i suoi fratelli che l’accusano. E poi… quelle donne, quelle registrazioni… Hanno perfino inciso i baci”. Poi il Santo Padre tacque per l’angustia e il turbamento. Monsignor Cesarano, con un fremito che gli attraversava l’anima e il corpo, tentò di spiegare: “Per carità, non si tratta di baci peccaminosi. Posso spiegarti cosa succede quando accompagno mia sorella da Padre Pio?” “Dimmi”. E monsignor Cesarano raccontò al Santo Padre che quando sua sorella incontrava Padre Pio e riusciva a prendergli la mano, gliela baciava e ribaciava, tenendola ben stretta, malgrado le vive rimostranze nel timore di sentire un ulteriore male per via delle stigmate. Il buon Papa Giovanni alzò lo sguardo al cielo ed esclamò: “Sia lodato Dio! Che conforto che mi hai dato. Che sollievo! »
In quel periodo il superiore locale di padre Pio era padre Rosario da Aliminusa (al secolo Francesco Pasquale, 1914-1983), che ricopriva l'incarico di guardiano della comunità di san Giovanni Rotondo; padre Rosario da Aliminusa, fermo custode delle regole dell'ordine[28], in diversi scritti testimoniò che padre Pio non venne mai meno ai suoi doveri d'obbedienza[28]; ne mise inoltre in risalto il rigore teologico[28]. Il 30 luglio 1964, il nuovo Papa Paolo VI comunicò ufficialmente tramite il cardinale Ottaviani che a Padre Pio da Pietrelcina veniva restituita ogni libertà nel suo ministero.[24] Concesse anche l'Indulto per continuare a celebrare, anche pubblicamente, la Santa Messa secondo il rito di San Pio V, sebbene dalla Quaresima del 1965 fosse in attuazione la riforma liturgica. Contemporaneamente, molteplici attività finanziarie gestite da Padre Pio passarono in gestione alla Santa Sede.
Padre Rosario da Aliminusa, inoltre, in relazione alla nomina - da parte della Santa Sede - di padre Clemente da Santa Maria in Punta quale amministratore apostolico destinato a gestire la situazione giuridico-economica dei beni della Casa Sollievo della Sofferenza, fu nominato procuratore generale dell'Ordine dei frati minori cappuccini, una delle massime cariche dell'ordine, incaricato, per la funzione, di mantenere i rapporti tra l'Ordine e la Santa Sede, cosa questa che favorì una ricomposizione della frizione che stava insorgendo in relazione alla gestione dei beni e delle donazioni: padre Pio istituì nel suo testamento la Santa Sede quale legataria di tutti i beni della Casa Sollievo della Sofferenza[29]. Alle ore 2:30 del mattino di lunedì 23 settembre 1968 Padre Pio morì all'età di 81 anni: ai suoi funerali parteciparono più di centomila persone giunte da ogni parte d'Italia[30].

La canonizzazione e i carismi


Ritratto di Padre Pio disegnato da Roberto Dughetti
Le pratiche giuridiche preliminari del processo di beatificazione iniziarono un anno dopo la morte del Padre, nel 1969, ma incontrarono molti ostacoli, da parte di coloro che erano stati nemici dichiarati di Padre Pio. Furono ascoltati decine di testimoni e raccolti 104 volumi di disposizioni e documenti, e nel 1979 tutto il materiale fu inviato a Roma al vaglio degli esperti del Papa. Il procedimento che portò alla canonizzazione ebbe inizio con il nihil obstat del 29 novembre 1982. Il 20 marzo 1983 iniziò il processo diocesano per la sua canonizzazione. Il 21 gennaio 1990 Padre Pio venne proclamatovenerabile, fu beatificato il 2 maggio 1999 e proclamato santo il 16 giugno 2002 in piazza San Pietro da papa Giovanni Paolo II come san Pio da Pietrelcina. La sua festa liturgica viene celebrata il 23 settembre.
Tra i presunti segni miracolosi che gli vengono attribuiti troviamo le "stigmate" che avrebbe portato per 50 anni (20 settembre 1918 - 23 settembre 1968), il dono della bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori (capacità di leggere nella mente delle persone, carisma noto come cardiognosi[31]) e la percezione, da parte dei fedeli, di intensi profumi di vario tipo (violette, gelsomino, mughetto, rose ecc.), che si sarebbero manifestati, come segno della sua presenza, anche dopo la sua morte[32]. Il carisma della lettura dei cuori veniva manifestato soprattutto durante le confessioni (Padre Pio arrivava a confessare anche per diciotto ore al giorno: si stima che, in cinquant'anni, abbia confessato circa seicentomila persone[33]). Innumerevoli sono le testimonianze di chi scopriva come il frate conoscesse in anticipo i peccati che gli venivano confessati[34]. Tra i molti miracoli attribuitigli c'è quello della guarigione del piccolo Matteo Pio Colella di San Giovanni Rotondo, sul quale è stato celebrato il processo canonico che ha portato poi alla elevazione agli altari di San Pio. Tra i casi di bilocazione che lo avrebbero visto protagonista c'è quello riferito da Luigi Orione, secondo il quale nel 1925, mentre si trovava in piazza San Pietro per i festeggiamenti in onore di Teresa di Lisieux, gli sarebbe apparso inaspettatamente Padre Pio, che in realtà non si mosse mai dal convento che lo ospitò dal 1918 sino alla morte. Un altro caso di bilocazione avrebbe avuto come protagonista il generaleLuigi Cadorna: questi, dopo la sconfitta di Caporetto, aveva deciso di uccidersi, ma fu dissuaso dal frate di Pietrelcina, che gli sarebbe apparso improvvisamente nella tenda militare, sparendo poi in modo altrettanto misterioso.[35]

Il miracolo per la canonizzazione

In generale, ai fini della canonizzazione, la Chiesa cattolica ritiene necessario un secondo miracolo, dopo quello richiesto per la beatificazione: nel caso di Padre Pio, ha ritenuto miracolosa la guarigione di Matteo Pio Colella, un bambino di sette anni nato a San Giovanni Rotondo[36]. Il 20 gennaio 2000, mentre era a scuola, Matteo si sentì male: fu portato a casa, ma nella serata la situazione precipitò e il padre, urologo dell'ospedale "Casa Sollievo della Sofferenza", lo accompagnò al pronto soccorso dello stesso ospedale, dove fu diagnosticata una meningite fulminante. Ricoverato in rianimazione, il 21 gennaio Matteo ebbe un edema polmonare acuto e non si riusciva più a rilevare la pressione arteriosa; successivamente collassarono nove organi; i medici emisero una prognosi infausta, non avendo mai registrato guarigioni in pazienti con più di cinque organi compromessi, secondo la casistica riportata nella letteratura medica internazionale[37].
In favore del bambino si sviluppò una catena di preghiere rivolte a Padre Pio, a cominciare dai genitori, devoti del frate. La madre riferì di aver avuto una visione di Padre Pio, e la stessa cosa riferì Matteo una volta uscito dal coma. Contrariamente a qualsiasi ragionevole previsione, il bambino cominciò a migliorare, e il 25 febbraio fu dimesso. Dopo un altro mese di terapie riabilitative poté riprendere la scuola, con un successivo completo recupero psicofisico. La Consulta medica della Congregazione delle cause dei santi, il 22 novembre 2001, dichiarò che "La guarigione, rapida, completa e duratura, senza postumi, era scientificamente inspiegabile"[38]. Il decreto sul presunto miracolo fu promulgato il 20 dicembre 2001 alla presenza di Papa Giovanni Paolo II, che procedette alla canonizzazione il 16 giugno 2002.

I sospetti e il dibattito sulle stigmate

La vicenda di Padre Pio fu sempre accompagnata da un lato da manifestazioni di fede popolare ineguagliate per la loro intensità, e dall'altro da sospetti anche di alte personalità della Chiesa. Di Padre Pio si sospettava innanzitutto una motivazione volta a procacciare un risultato economico[senza fonte] da donazioni e lasciti attraverso una mitizzazione della persona. Questo sospetto fu in parte attenuato quando il frate designò la Chiesa di Roma come erede universale di tutte le sue cose. Parimenti, i flussi di denaro riguardanti le iniziative culminate nella costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza continuarono ad essere oggetto di illazioni e di scontro con le gerarchie ecclesiastiche. Il commercio di pezzuole apparentemente macchiate dalle stigmate (in realtà il sangue risultò poi essere sangue di gallina) andava, stando ai risultati dell'indagine, molto bene. A seguito dell'indagine in questione alcuni frati che avevano tradito il voto di povertà furono spostati altrove.
Riguardo alle stigmate, alcuni rapporti medici indicarono una possibile causa non soprannaturale: il medico napoletano Vincenzo Tangaro, che incontrò Padre Pio ed ebbe cura di osservarne le mani, scrisse in un articolo pubblicato dal Mattino: «Le stigmate sono superficiali e presentano un alone dal colore caratteristico dellatintura di iodio». Altri medici, osservando il fenomeno, non furono in grado di determinarne la causa con certezza, ma parlarono in ogni caso di un possibile fenomeno artificiale e/o patologico. A titolo d'esempio, il professor Amico Bignami, inviato dal Sant'Uffizio ad esaminare le stigmate, scrisse nella sua relazione: «Le [stigmate]… rappresentano un prodotto patologico, sulla cui genesi sono possibili le seguenti ipotesi: a) determinate artificialmente o volontariamente; b) manifestazione di uno stato morboso; c) in parte il prodotto di uno stato morboso e in parte artificiale. Possiamo pensare che siano state mantenute artificialmente con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio. Ho notato [...] una pigmentazione bruna dovuta alla tintura di iodio. È noto che la tintura di iodio vecchia diventa fortemente irritante e caustica»[20].
L'ex abate della basilica romana di San Paolo, il teologo Giovanni Franzoni, riguardo al fenomeno delle stigmate di Padre Pio ricorda il giudizio negativo di padreAgostino Gemelli e le diagnosi cliniche di Luigi Cancrini, che parlavano d'«istrionismo pulsionale» e di «necessità di mettersi in mostra». Per quanto riguarda le ferite alle mani Franzoni dichiarava: «Le stimmate sono una nota malattia della pelle. Le ho viste anche in persone che nulla avevano di santo. Padre Pio non è mai parso monastico e ritratto in se stesso, ma idolatrato e sovraesposto già da un'iconografia miracolistica»[39]. Nuovi dubbi sull'origine soprannaturale delle stigmate sono stati avanzati dallo storico Sergio Luzzatto in un libro del 2007[40][41], che riporta la testimonianza del 1919 di un farmacista, il dottor Valentini Vista, e di una sua cugina, Maria De Vito, anch'ella titolare di una farmacia, ai quali Padre Pio ordinò dell'acido fenico e della veratrina, sostanze adatte per la loro causticità a procurare lacerazioni nella pelle simili alle stigmate[42].
Una risposta ai dubbi suscitati dalle informazioni riportate da Luzzatto è arrivata dai giornalisti Saverio Gaeta e Andrea Tornielli, che hanno consultato i documenti del processo canonico. Secondo Gaeta e Tornielli la testimonianza della farmacista sarebbe poco attendibile in quanto in realtà presentata in Vaticano dall'arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi, ostile a Padre Pio. I due giornalisti riportano inoltre la testimonianza del dottor Giorgio Festa che esaminò le stimmate del frate il 28 ottobre 1919 e nella sua relazione scrisse che esse «non sono il prodotto di un traumatismo di origine esterna, e che neppure sono dovute all'applicazione di sostanze chimiche potentemente irritanti».[43] A settembre 2009, in occasione di un convegno su Padre Pio a San Giovanni Rotondo, il professor Ezio Fulcheri, docente di anatomia patologica all'università di Genova e di paleopatologia all'università di Torino, ha invece dichiarato[44] di aver esaminato molto materiale fotografico e documentario sulle stimmate di Padre Pio e su queste basi ha affermato:
« Non posso immaginare quali sostanze permettano di tenere aperte le ferite per cinquant'anni, impedendone la naturale evoluzione [...] Più si studia l'anatomia e la fisiopatologia delle lesioni, più ci si rende conto che una ferita non può rimanere aperta com'è accaduto invece per le stimmate di Padre Pio, senza complicazioni, senza conseguenze per i muscoli, i nervi, i tendini. Le dita del frate stimmatizzato erano sempre affusolate, rosee e pulite: con ferite che trapassavano il palmo e sbucavano sul dorso della mano, avrebbe dovuto avere le dita gonfie, tumefatte, rosse, e con un’importante impotenza funzionale. Chi subisce lesioni come quelle, ha le dita rattrappite con sensibilità alterata. Per Padre Pio, invece, le evidenze contrastano con la presentazione e l’evoluzione di una ferita così ampia, quale ne sia stata la causa iniziale. Questo è ciò che dice la scienza. »
Lo psichiatra Luigi Cancrini (Università La Sapienza di Roma), più recentemente, ha tentato di classificare Padre Pio secondo il DSM-IV (edizione aggiornata del manuale internazionale dei disturbi mentali). Secondo questa teoria le stigmate sarebbero quindi particolari sintomi di "conversione somatica" (vedi bibliografia), ovvero la moderna definizione dei disturbi somatici generati da una patologia psichiatrica di tipo isterico. Secondo le biografie[45] che riportano le testimonianze di persone che ebbero modo di assistere di persona alla preparazione del corpo per la sepoltura, sulla salma di Padre Pio non ci sarebbe stata alcuna traccia delle stigmate. Queste testimonianze sono confermate dalle fotografie scattate al corpo del santo subito dopo la sua morte.[46]

Le malattie

Cella di San Pio, dove dimorò dal 1943, sino alla morte avvenuta il 23 settembre 1968
Nel diario di padre Agostino da San Marco in Lamis, direttore spirituale di padre Pio, si legge che nel 1892, quando il giovane Forgione aveva solo 5 anni, era già affetto da diverse malattie. A 6 anni venne colpito da una grave enterite, che lo costrinse al letto per un lungo periodo. A 10 anni si ammalò di febbre tifoidea. Nel 1904, fra' Pio venne inviato, con gli altri giovani che insieme a lui avevano superato l'anno di prova di noviziato, a Sant'Elia a Pianisi in provincia di Campobasso, per iniziare il periodo di formazione. Ma quasi subito cominciò a star male accusando inappetenza, insonnia, spossatezza, svenimenti improvvisi e terribili emicranie per questo non andò nel convento di Sicignano degli Alburni dove era stato destinato. Vomitava spesso e riusciva a nutrirsi soltanto con del latte.
Gli agiografi raccontano che proprio in quel periodo, insieme ai malanni fisici, cominciarono a manifestarsi fenomeni a detta dei testimoni inspiegabili. Secondo i loro racconti, di notte, nella sua stanza, si udivano rumori sospetti, a volte urla o ruggiti, durante la preghiera, fra' Pio restava come intontito, quasi fosse assente (va ricordato che fenomeni di questo tipo sono frequentemente descritti, nelle agiografie di santi e mistici di ogni tempo, e secondo la psichiatria contemporanea sono spiegabili come sintomi di psicosi o schizofrenia). Qualche confratello disse addirittura di averlo visto in estasi, sollevato da terra[47]. Nel giugno del 1905 la salute del frate era talmente compromessa che i superiori decisero di mandarlo in un convento di montagna, nella speranza che il cambiamento d'aria gli facesse bene.
Le condizioni di salute però, peggioravano e allora i medici consigliarono di farlo tornare nel suo paese; anche qui però il suo stato di salute peggiorò. Negli anni giovanili padre Pio fu anche colpito da "bronchite asmatica", di cui continuò a soffrire fino alla morte. Aveva anche una calcolosi renale grave, con coliche frequenti. Un'altra malattia molto dolorosa fu una specie di gastrite cronica, che poi si trasformò in ulcera. Soffrì di infiammazioni dell'occhio, del naso, dell'orecchio e della gola e infine di rinite e otite croniche. Nell'estate del 1915, il religioso dovette lasciare Pietrelcina per adempiere al servizio militare. Aveva fatto la visita di leva nel1907 ed era stato dichiarato abile ma lasciato a casa con un congedo illimitato, fu però richiamato e il 6 novembre del 1915 si presentò al distretto militare diBenevento, e venne assegnato alla Decima compagnia sanità di Napoli con il numero di matricola 2094/25.
Ma, dopo circa un mese a causa di continui disturbi cui andava soggetto, venne mandato in licenza per 30 giorni. Tornato in servizio fu sottoposto ad altre visite mediche e rimandato ancora in licenza a per 6 mesi. Trascorse questo periodo di licenza nel convento di S.Anna a Foggia. Ma anche lì il religioso stava male. Si decise quindi di spostarlo a San Giovanni Rotondo, un paesino sul Gargano a 600 m di altezza, dove anche nei mesi caldi faceva relativamente fresco. Arrivò in questo convento il 28 luglio del 1916. A dicembre riprese il servizio militare, ma fu rimandato a casa per altri 2 mesi. Al rientro venne giudicato idoneo e destinato alla caserma di Sales in Napoli, dove rimase fino al marzo del 1917, quando dopo una visita all'ospedale di Napoli gli fu diagnosticata una "tubercolosi polmonare" accertata dall'esame radiologico e mandato a casa con un congedo definitivo.
Nel 1925 fu operato per un'ernia inguinale, e un po' dopo sul collo si formò una grossa cisti che dovette essere asportata. Un terzo intervento lo subì all'orecchio, si era formato un epitelioma, l'esame istologico eseguito a Roma disse che si trattava di una forma tumorale maligna. Dopo l'operazione padre Pio fu sottoposto a terapia radiologica, che ebbe successo, sembra, in sole due sedute[48].Nel 1956 fu colpito da una grave "pleurite essudativa", la malattia venne accertata radiologicamente dal professore Cataldo Cassano che estrasse personalmente il liquido sieroso dal corpo del Padre. Rimase a letto per 4 mesi consecutivi. Negli anni della vecchiaia il Padre fu tormentato dall'artrite e dall'artrosi.

Le ipertermie[modifica | modifica wikitesto]

Un fenomeno misterioso che si sarebbe manifestato nel corpo di Padre Pio furono le febbri alte. Secondo quanto riportato da Renzo Allegri, tale evento sconcertò alcuni dei medici che in qualche modo si erano interessati alla sua salute[49]. I primi a osservarle furono i medici dell'ospedale militare di Napoli durante una visita di controllo. La febbre era così alta che il termometro clinico non era in grado di misurarla in quanto fuori scala[50]. In altre occasioni, sempre durante il periodo del servizio militare, sarebbero state rilevate temperature elevate fino a 52 °C[51]. Il primo a misurare con esattezza il grado di temperatura della febbre di padre Pio fu un medico di Foggia, quando il frate era ospite di un convento del luogo e continuava a stare male. Il medico ricorse a un termometro da bagno che avrebbe registrato una temperatura di 48 °C[52].
Lo studio scientifico di quelle febbri altissime fu ripreso dal dottor Giorgio Festa nel 1920, che aveva sentito parlare di tale anomalia e riteneva il fenomeno impossibile. Iniziò pertanto a misurargli la temperatura con metodo, due volte al giorno, e diede ordine ai superiori del convento di fare altrettanto in sua assenza. Secondo il rapporto stilato da Festa, a giorni in cui la temperatura oscillava tra i 36.2 e i 36.5 °C si alternavano altri in cui si evidenziavano picchi di temperatura a 48-48.5 °C. Quando veniva colto da tali temperature elevate, il frate appariva molto sofferente e agitato sul suo letto, ma senza delirio e senza i comuni disturbi che di solito accompagnano alterazioni febbrili notevoli[53]. Secondo Francesco Castelli, il Padre Lorenzo da San Marco in Lamis, superiore dei Cappuccini di San Giovanni Rotondo, interrogato il 16 giugno 1921 dal Visitatore Apostolico, dichiarò di avere verificato a più riprese la temperatura di Padre Pio, alla presenza del dottor Francesco Antonio Gina e del dottor Angelo Merla, riscontrando successivamente 43 °C, 45 °C e 48 °C[54]. Dopo uno o due giorni tutto rientrava nel suo stato normale, e al terzo giorno lo si vedeva nuovamente nel confessionale[52].
Da un punto di vista medico-scientifico si tratterebbe di un fenomeno inspiegabile, in quanto temperature così elevate dovrebbero condurre in breve tempo alla morte: in generale, infatti, "la temperatura corporea più elevata considerata ancora compatibile con la vita è 42 °C anche se, per brevi periodi, è possibile sopravvivere a temperature più elevate, sino a 43 °C"[55]. Tuttavia viene riportato che dopo tali attacchi febbrili il frate era in grado di tornare ai suoi compiti senza apparente danno[56]. Il fenomeno delle ipertermie è oggetto di discussione e di diverse interpretazioni. Ad esempio, secondo Pier Angelo Gramaglia, anche se Padre Pio «interpretava il fenomeno come un segno di inusuali esperienze mistiche», «in realtà l'ipertermia ha per lo più cause neuropatologiche e può accompagnare le reazioni emotive di individui che subiscono facilmente stati di dissociazione, perdendo nel delirio febbricitante conseguente il senso del limite tra fantasia allucinata e realtà. L'ipertermia provocava anche deliri, grida e crisi isteriche, sempre acriticamente intese quali esperienze soprannaturali e di eventi carismatici»[57].

Riesumazione[modifica | modifica wikitesto]


L'esposizione alla pubblica venerazione della salma di San Pio
Il 6 gennaio 2008 il vescovo Domenico D'Ambrosio annunciò durante la messa nel santuario di Santa Maria delle Grazie che nel mese di aprile 2008 il corpo di Padre Pio sarebbe stato riesumato per una ricognizione canonica con l'esposizione alla pubblica venerazione sino al mese di settembre 2009 in vista del quarantesimo anniversario della sua morte. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2008 è stata riaperta la bara che contiene il cadavere di san Pio. Secondo le dichiarazioni del locale arcivescovo le unghie e il mento erano ben conservati pur essendo trascorsi quarant'anni dalla sua morte, mentre altre parti del corpo erano visibilmente decomposte. Non sono però state rese pubbliche fotografie[58].

Esposizione della salma



La chiesa inferiore con la tomba di San  Pio.


Dal 24 aprile 2008 al 23 settembre 2009 a San Giovanni Rotondo è stata esposta la salma di Padre Pio, all'interno di una teca di cristallo costruita appositamente. Essa in realtà è stata poco visibile: il volto, ben conservato solo nella parte inferiore, è stato ricoperto da una maschera di silicone che ne riproduce le sembianze. La salma poggia su un piano di plexiglas forato e rivestito di tessuto. Al di sotto ci sono due contenitori in pvc pieni di gel di silice per la regolazione dell'umidità. Nella teca è stato immesso azoto per evitare ulteriori decomposizioni[59][60][61]. Il 23 settembre 2009, nell'anniversario della morte, si è conclusa l'esposizione della salma con una solenne cerimonia[62].

Traslazione della salma e ostensione permanente[modifica | modifica wikitesto]

Il 19 aprile 2010 la salma del santo è stata traslata nella cripta della nuova Chiesa di Padre Pio[63], decorata con imosaici del sacerdote gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik e con il soffitto ricoperto di foglia oro, ricavato dalla fusione degli ex voto che i fedeli negli anni hanno donato a san Pio. Tuttavia, l'inaugurazione di una siffatta cripta è stata contrassegnata da forti polemiche, sia da parte del mondo laico che da parte degli stessi cattolici, in quanto un tale sfarzo è decisamente contrario agli ideali dell'Ordine Francescano (al quale Padre Pio apparteneva) improntati all'umiltà e alla povertà. Dal 1º giugno 2013 la salma è permanentemente esposta alla pubblica venerazione.


 E' poco analizzato il periodo di vita a Pietrelcina, il paesino del Beneventano dove nacque e visse fino a circa trent'anni e dove ritornò spesso, anche durante il noviziato e la piena partecipazione all'ordine dei Cappuccini. In realtà è quello il periodo più importante per capire il santo sannita, ma anche la sua incredibile propensione per il sociale contrariamente al luogo comune che lo vede chiuso sempre nel confessionale. Dal suo convento Padre Pio si interessava molto delle condizioni di vita dei suoi concittadini, tanto da schierarsi negli anni Cinquanta contro 
Alcide De Gasperi e il suo fido braccio destro Giulio Andreotti sulla Riforma Agraria a favore dei più deboli o impegnandosi per la creazione di un "ospedaletto" a San Giovanni Rotondo per le puerpere che spesso morivano nel tragitto per recarsi in ospedale a Foggia[64].

fonte https://it.wikipedia.org/wiki/Padre_Pio_da_Pietrelcina